Ognuno ha i sogni che può!


Qualche giorno fa una persona che stimo molto ha enunciato questa che a mio avviso è una delle verità assolute della vita : “Ognuno ha i sogni che può”.


Veniamo a noi, all’essenza di questa frase.

Ognuno ha i sogni che può, è una grande verità e allo stesso tempo un grande monito.

Se proviamo a pensare a cosa sono i sogni, a come ci muovono nel Mondo, ci accorgiamo che i sogni da sempre sussurrano nelle orecchie di tutti noi. Da qui prende forma questa grande verità, perché ognuno sogna a suo modo. Se questo è vero, è vero anche che ci si può allenare a sognare sempre di più costruendo il nostro sogno un pezzettino alla volta senza aver paura di sbagliare. È lì che impariamo a costruire il reale.

Nel Mondo in cui viviamo oggi tornare a sognare è a mio avviso il passaggio fondamentale per ricostruire il bello in ciò che ci circonda, per poter tornare a dipingere un Mondo che sempre più di frequente viene banalizzato nella dicotomia del bianco e nero nonostante i nostri mega schermi full hd che filtrano una realtà atroce, appiattendo qualsiasi emozione.

Con queste poche parole come sempre vorrei riflettere con voi sull’importanza del sognare a occhi chiusi o aperti. Sull’importanza di prendersi un momento per se e lavorare per fa sì che questi sogni siano ogni giorno più belli aggiungendo anche solo un mattoncino, un po’ di colore e alla fine quando ci sentiremo pronti liberare il sogno per far sì che prenda vita e contagi positivamente il nostro mondo.

Ognuno ha i sogni che può, semplice e concisa, ci ricorda che quello è solo il nostro punto di partenza e  il viaggio sta per incominciare.

Gianfranco

Anonima Riflessione


E’ molto difficile lasciare entrare le persone nella propria mente, potrebbero perdersi o peggio ancora fraintenderti e se vogliamo esagerare Innamorarsi.

Riuscire a mettere da parte l’idea che abbiamo di noi stessi, girare la roulette e aspettare dove cadrà quella pallina ci spaventa. Io penso che non sia importante dove cada.

In fondo la linea che divide l’inferno dal paradiso è talmente sottile che credo a questo punto non esista.

Fa parte di noi, ogni giorno la spostiamo e cerchiamo di metterla sempre verso il paradiso ma, per quanto grandi siano i nostri sforzi, più ci affanniamo verso il paradiso e più ci avviciniamo alle porte dell’inferno.

Capisco solo ora a distanza di tanto tempo cosa volevo scrivere in queste parole.

I desideri che ci muovono nel Mondo vanno ponderati perché seppur tutti legittimi non tutti sono sani.

Le domande che ho imparato a pormi nel tempo sono : “ Questo desiderio rispetta la mia natura? È davvero un desiderio che ho scelto io, oppure mi sto lasciando trasportare da altri? Questo viaggio alla ricerca del desiderio mi fa diventare un uomo migliore o avvelena la mia anima?

Sognare desiderare, sforzarsi con tutto se stesso fino allo sfinimento per raggiungerli è sano, ma credo anche che l’inferno arrivi quando ci si lascia possedere da essi.

CIT .

Lasciamo libero il nostro destino di scorrere nel verso che più gli compete come l’acqua scorre e naturalmente crea il suo fiume.

Questo me lo ha insegnato una saggia Donna .

Gianfranco

Educando-ci

Il tema resta costante, cosa significa per me essere un Educatore!

Come si fa a rimanere obbiettivi e spiegare al resto del  mondo che anche se non scarichi dei sacchi di cemento tutto il giorno a fine giornata sei stanco. In molti mi chiedono ma in cosa consiste il tuo lavoro?

Cosa volete che vi risponda. Posso provare a spiegare quella che è la mia esperienza e sono certo che se ponessimo la stessa domanda a qualsiasi altro mio collega, avrebbe una risposta totalmente differente dalla mia.

Uno dei punti centrali di svolgere questo mestiere sta nell’ unicità di ognuno di noi. L’approccio, seppur unificato dagli anni di formazione specialistica, non può essere scisso dal tipo di educazione che hai ricevuto e dal contesto culturale da cui provieni. Qualcuno potrebbe obbiettare che questo vale per qualsiasi altro ambito lavorativo ed in un certo senso potrebbe trovarmi concorde ma dobbiamo tener presente che abbiamo a che fare con persone e la propria educazione.

Come uno scalpellino modella la sua pietra e ogni colpo di scalpello è ponderato alla forma finale noi educatori ci ritroviamo ogni giorno a dover smussare angoli riempire vuoti e dare forma a qualcosa che già di per se è perfetta e unica.

La domanda che costantemente mi pongo giorno dopo giorno è: sto o meno rispettando l’unicità di quella forma?

Così il raffronto tra colleghi diventa fondamentale, capire che non sempre è importante far valere la propria opinione, ma ci sono anche momenti in cui ti devi battere a tutti i costi per la tua opinione. Vero ora mi direte cosa stai dicendo di tanto diverso da quello che molte persone già fanno in ogni ambito della loro esistenza. Qui viene il bello del nostro lavoro perché noi Educatori non facciamo niente di diverso dalle vite di tutti solo che lo facciamo per la vita di qualcun’ altro.  Le piccole soddisfazioni che ti aiutano a perseverare e migliorarti nel tuo lavoro sono poche e non sempre facili da vedere.

Una di queste è arrivata proprio qualche giorno fa. Salutando per l’ultima volta gli ospiti di quella struttura,

mi guarda e sorridendo dice : “ Mi raccomando Franco, prenditi cura dei nuovi ospiti come ti sei preso cura di noi in questo periodo” lei lo ha detto con il suo inglese “ Take care about the others like us”.

Li per li le ho risposto con un gran sorriso e senza pensarci troppo sono andato via guardando alla nuova avventura che di li a poco mi attende.

Questa mattina mentre ero in moto si è accesa una lampadina e le parole di P. mi sono risuonate in testa.

Devo essere sincero ne ero felice e mi hanno spinto verso il lavoro con un passo diverso. Sono piccole soddisfazioni personali che ti permettono di andare a letto la sera sapendo di aver fatto al meglio il tuo lavoro e alimentano la voglia di migliorarsi. Non avrei mai pensato che P. potesse avere una tale considerazione di me è sempre stato un rapporto conflittuale. Questo mi porta anche a pensare e ragionare sull’importanza ad un certo punto della separazione come crescita di entrambi gli attori. Le rotture, gli strappi i cambiamenti in linea teorica sappiamo tutti che possono anche portare dei benefici, ma ci impieghiamo del tempo per far si che avvengano. Chi più chi meno prima di strappare quel cerotto ci pensa, prende un bel respiro e via. A volte però si passa lunghi periodi in apnea tra il prendere un bel respiro e poi decidere di strappare. Ognuno ha il suo tempo! Solo dopo ci rendiamo conto di come è stato, e riusciamo a vedere la sua vera forma.

Non voglio con questo salire in cattedra e fare il maestro, vorrei ancora una volta aprire una riflessione comune volta a crescere professionalmente.

 

Grazie per il tempo dedicato alla lettura e non abbiate timore di commentare.

Mani

Il calore che ti da una mano quando prende la tua, Diego non se n’era mai accorto prima. Nell’istante in cui l’altra mano afferra la sua, qualcosa cambia, non si era mai soffermato su quella sensazione prima di allora.

Dentro di lui tutto inizia a distendersi, sente lo stomaco che si rilassa, le spalle e la colonna vertebrale si alleggeriscono, e le gambe rinvigoriscono ora iniziano a sostenerlo di nuovo come un tempo.

Non sa bene da dove tutto ebbe inizio, ma per far torto al minor numero possibili di mani incontrate nella sua vita, inizieremo il nostro racconto da qui, dal giorno in cui all’età di 10 anni un omone grande grosso gli strinse la mano e si presentò. Non potrà mai dimenticare quel giorno, quel gigante era identico a Rocky Balboa, aveva visto il film proprio qualche sera prima. Le sue mani erano grandi, forti, ruvide e gli facevano una gran paura. Quell’omone andava spesso nell’attività dei suoi genitori ed ogni volta che lo vedeva lui si sentiva piccolo piccolo ed allora faceva finta di niente, continuava a fare i suoi giochi e dentro di se pensava che fosse il modo migliore per non dare troppo nell’occhio a quello sguardo.

Da qui e da altri episodi simili, di cui oggi non ne abbiamo più memoria, Diego imparò l’arte del passare inosservato, pur mantenendo il suo sguardo fisso sugli altri che gli serviva per anticipare le loro mosse. Diego divenne molto bravo in questo gioco, all’apparenza sembrava un ragazzo molto socievole, e forse lo era, ma aveva imparato nel tempo a modellare i suoi atteggiamenti in funzione delle persone che lo circondavano.

Ma andiamo avanti con la nostra storia faremo le dovute considerazioni più avanti.

Ecco che tra i suoi ricordi appare nella sua memoria una nuova mano, questa volta la sua pelle non è così ruvida e la sua stretta non è così forte.

Marina è una bimba così gentile e nei suoi occhi Diego ci vede qualcosa è ancora troppo giovane per capire cosa sia. Lei ha 11 anni o forse 10 poco importa e frequenta la sua stessa scuola.

Per la prima volta in vita sua inizia a sperare ogni giorno di incrociare uno sguardo. Ci prova, le va vicino ma si ferma e fa finta di nulla, durante la ricreazione in quel gran cortile dove tutti si incontrano fa di tutto per essere notato. Principalmente prova a lanciare piccolissimi bigliettini che non arrivano mai a destinazione, un po’ goffo come tentativo ed anche poco raffinato ma il più sicuro, quello che lo espone meno; immaginate cosa poteva succedere se avesse subito un rifiuto in quel cortile davanti a tutti i suoi compagni di classe che lo osservavano. Un giorno però prese coraggio e l’idea più intelligente che trovò fu quella di colpirla con una palla, forse tirò troppo forte e onestamente non pensava nemmeno di colpirla non aveva dei gran piedi da calciatore ma fece centro, riuscì a centrarla proprio nella schiena e vista la reazione di Marina quasi accasciata dal dolore non ebbe il coraggio di confessare e con aria indifferente rimase in disparte. Aveva imparato l’arte dell’ essere invisibile agli occhi di chiunque e lui non lo sapeva ancora.

Quella ragazza qualche giorno dopo iniziò a tenere per mano Luigi, non era più grande di lui ma era prepotente, sicuro di se e sopra tutto sapeva non essere invisibile. Luigi non aveva paura, era stato lui a prendere la mano di Marina in cortile durante la ricreazione. Fisicamente non era più grosso di Diego, ma quando si ritrovavano di fianco lui si sentiva piccolo. Era arrogante e prepotente se voleva qualcosa la prendeva e non chiedeva permesso. Se provavi a intralciare la sua strada avresti dovuto certamente scontrarti con lui e questo per Diego era impensabile non sapeva ancora che le sue mani potevano anche far male se solo avesse voluto. Ecco invece Luigi conosceva molto bene questa funzione e non esitava ad utilizzarla nel momento in cui qualcuno intralciava il suo cammino.

Ecco però che lì comparvero per la prima volta, cosciente, alla giovane mente di Diego due nuove forti emozioni la rabbia e l’ invidia.

Voleva essere Luigi bello, forte, simpatico, ma senza la sua arroganza ed iniziò cosi a fare quello che meglio sapeva. Lo osservava voleva imparare cercava di emularlo.

Non sarebbe mai potuto diventare come lui, la sua indole era ben diversa e così scoprì che l’arroganza che a Luigi veniva così naturale a lui lo faceva sembrare inetto, non gli dava un passo fiero. Si sentiva un po’ come quando sei al mare e provi a camminare in spiaggia con le pinne ai piedi. Iniziò ad attaccar briga con gli altri ragazzi inutile dirlo che le prendeva sempre, ma lui voleva essere notato da Marina. Niente di questo funzionava non era il suo modo di esprimersi, non faceva parte del suo essere questo però lo avrebbe scoperto solo molti anni più tardi.

Un giorno tra i tanti l’episodio che più gli rimase impresso di quel periodo fu quello dei fiori. Ebbe una brillante idea, o così credeva. Non ricorda bene cosa lo ispirò, forse un film o forse una semplice botta di fortuna. Pensò “ basta ora le compro dei fiori e vado”. Gli sembrò una idea fantastica, prese cinquemila lire senza permesso dalla borsa di sua madre, erano per una buona causa, ed andò dal fioraio.

Il fioraio lo salutò e gli disse: “ Ciao Diego cosa ci fai qui.

Tutti lo conoscevano perché i suoi genitori avevano un negozio molto frequentato in città.

Diego: <<Ciao Fioraio>>, è passato troppo tempo non ricorda più il suo nome.

Diego: <<Ho cinquemila lire e vorrei un mazzo di fiori!>>

Fioraio: <<Ah si! Per chi sono questi fiori?>>

Diego : <<Ah non so me lo ha ordinato la mamma di prenderli, penso siano per il compleanno di qualcuno>>

Fioraio: << Bene allora faremo un bel mazzo di fiori, per il festeggiato>>

Disse con aria ironica il fioraio, ma era abituato a vedere un cuore innamorato, ed aveva già capito che quei fiori servivan per Lui.

Gli preparò un bel mazzo ed aggiunse qualche fiore in più perché in fondo gli faceva tenerezza quel ragazzo, che con quell’aria timida ed impacciata gli ricordava la sua giovinezza.

Diego ringraziò e con il cuore in gola pensò:

<< Ed ora? Come faccio a darglieli?>>

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Passò mille volte davanti alla bottega dei genitori di Marina e lei era li dentro così bella, i suoi lunghi capelli castani e lisci lo incantavano. Lei splendeva di una luce che solo lui riusciva a vedere, era intenta a studiare china sui libri mentre il padre sistemava con cura e maestria il tacco di chissà quale signora. Marina era li sempre ferma sui suoi libri, i suoi lunghi capelli cadevano fin sopra quell’ angolino di bancone ricavatosi per studiare e le sue mani accarezzavano dolcemente il libro di scuola portando il segno di chissà quale capitolo. Lui era così fermo sull’ altro lato della strada che la osservava, in cuor suo sperava che lei si girasse, sarebbe bastato un piccolo sguardo un cenno, l’idea lo eccitava e terrorizzava allo stesso momento. In fondo sperava che Marina non si girasse perché non sapeva come fare. Si malediceva per quella stramba idea di portarle dei fiori. Attese li tutto il pomeriggio fin tanto che non venne l’ora di chiudere. Anche per Lui era ora di tornare a casa e fece per andare via preso dallo sconforto di non aver trovato il coraggio di farsi avanti. Ma ecco che il fato gli diede un‘ opportunità, scarsa decisamente scarsa, ma era pur sempre un’ opportunità. Salita in auto con i genitori marina aveva lasciato il finestrino aperto e Diego dimenticando che con i bigliettini non aveva funzionato, come un fulmine si avvicinò all’ auto che stava per partire e lanciò quel mazzo nel finestrino. Corri pensò dentro di se, non sapeva se i fiori fossero entrati o meno ma nel dubbio corse via come un fulmine. L’eccitazione dell’ esserci riuscito la paura del gesto fatto lo fecero correre come se dietro di lui ci fosse una tigre inferocita. Mentre correva era felice in un modo o nell’ altro ci era riuscito. Non sapeva ancora quale effetto avrebbe sortito il suo gesto ma correva felice.

Correva sul quel marciapiede, svoltò a destra e si ritrovò di nuovo davanti al fioraio che stava per chiudere bottega mentre riponeva gli ultimi vasi di non si sa quali piante, ancora una svolta e si ritrovò davanti a sua madre che tirava giù la serranda. La madre lo guardò e gli disse:

<<Diego!! Fai piano cosa avrai mai sempre da correre così tanto?>>

Fece dei lunghi respiri e con il cuore in gola come di chi ha appena combinato un pasticcio, ma senza darlo a vedere aspettò la mamma la prese per mano ed insieme tornarono verso casa.

Eccola la mano che gli dava sollievo piccola ma ruvida e forte, temprata da anni di fatiche. Prendeva la sua mano e si sentiva sicuro. Niente poteva spaventarlo o fermarlo, le sue spalle si alzavano ed il petto si gonfiava. Si sentiva un ometto fiero e spavaldo. Inutile dire che fino a quel momento e per sempre quella mano sarebbe stata una delle poche a farlo stare bene ed al sicuro. Che un giorno avrebbe assunto un ricordo molto importante; questo dovrà ancora scoprirlo. Andiamo per ordine.Marina e i suoi fiori non diedero mai nessuna risposta anche perché nell’ eccitazione del momento Diego dimenticò di scrivere un bigliettino e quindi molto probabilmente anche la povera ragazza non seppe mai chi era stato il goffo ed impacciato cavaliere a fare quel gesto così poco eroico. Potremmo chiedere a Diego di parlare con Marina oggi ma pur sapendo dove si trovi, sfido chiunque a rivelare anche dopo oltre vent’ anni, un gesto di così grande codardia ed ammettere il misfatto.

Rassegnati all’idea che nella vita non tutto ha un lieto fine in stile Hollywood vorrei riportare l’attenzione alle mani e alle sensazioni che nel tempo hanno portato il nostro amico nel bene o nel male a crescere.

BURNOUT

Un Maestro zen vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua.

Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per l’effetto del dolore, lasciò l’animale che di nuovo cadde nell’acqua in procinto di annegare.
Il Maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l’animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse:
“Mi scusi maestro, ma perché continuate? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua vi punge? “.
Il Maestro rispose:
“La natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare.”
Quindi, con l’aiuto di una foglia tirò fuori lo scorpione dell’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:
“Non cambiare la tua natura: se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni, poiché gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive in te. Gli uni perseguono la felicità, gli altri lo creano. Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è quello che sei, e la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere”.

Con questa storia volevo iniziare a scrivere di quello che è il mio lavoro ed i suoi pericoli, condividere con voi le mie esperienze ed imparare scambiandosi opinioni e discutendone insieme.

Per ora parliamo della storia e delle sue considerazioni.

Quale miglior modo noi uomini abbiamo trovato per tramandare i nostri insegnamenti se non attraverso le fiabe. Rimandano a immagini semplici concetti così astratti e complessi quali possono essere le emozioni e la loro gestione. Il nostro caro Maestro Zen che nonostante abbia ben presente la natura dello scorpione, non si tira indietro nel momento in cui si sente responsabile di dover agire accettando il rischio e la difficoltà. Ecco questo mi fa pensare ai tanti anni passati nel mio lavoro di educatore alle tante esperienze condivise con i mie colleghi. Non importa chi tu sia e da dove venga, non importa cosa tu abbia fatto e cosa vorrai fare da oggi il compito, il mio lavoro è sostenerti in un pezzo di vita lungo o corto che sia. La semplicità di questa storia mi riporta ai tanti giovani che freschi dei loro studi iniziano a trovare scorpioni che annegano e vogliono salvarli a qualunque costo. Tendono la mano e vengono costantemente punti. Ecco qui sta il vero insegnamento per un educatore di questa storia. A volte presi dalle nostre emozioni e dalle nostre capacità empatiche dimentichiamo che aiutare è un qualcosa di complesso e non va fatto a caso. Tendere la mano è si un grande gesto ma il Maestro zen riesce a dare un aiuto concreto solo nel momento in cui decide di usare una foglia. Per lui la foglia equivale alle precauzioni per noi sono gli strumenti che spesso sottovalutiamo o peggio in alcuni casi non abbiamo a disposizione. Il nostro lavoro però è fatto di questo e tutti noi in fondo ci domandiamo a quante punture possiamo resistere prima che il veleno ( Burnout ) ci metta fuori gioco?

Lascio a voi ulteriori riflessioni e discussioni aperte nei commenti.

Dico solo che troppo spesso viene sottovalutato perché si commette l’errore di pensare al lavoro dell’ educatore come qualcosa che deve anche esso rispondere a canoni di produttività e di risultati a mio avviso non quantificabili attraverso i classici schemi.

Gianfranco.

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